Ciao, Dedaliano.
Sono Giorgia e non vedo l’ora di discutere di editoria insieme a te. Per inaugurare questa rubrica non potevo che parlare della temuta figura dell’editor.

Si narra che venga di notte a tagliare i romanzi nei cassetti, che passi i giorni per strada a cercare le voci dei personaggi. Ma cosa fa davvero questo editor? E da quando esiste questa figura?

Un po’ di storia

A ogni editor è capitato di sentirsi dire “ah, ma un tempo si pubblicava senza farsi correggere da nessuno, quindi perché non posso farlo anche io?”.

Quando succede bisogna trattenersi dal ricordare che “un tempo” Dante non doveva rivaleggiare con 63 mila libri l’anno… E che le copie in circolo erano quelle che i poveri amanuensi riuscivano a copiare.

Nel 1400 Gutenberg inventò la stampa a caratteri mobili e finalmente gli amanuensi poterono riposarsi. Nacque la figura dello stampatore, e colui che viene considerato il primo editore europeo fu proprio un italiano: Aldo Manuzio.

Ciò vuol dire che abbiamo avuto una grande cultura letteraria? Sì e no.
Purtroppo, lo scrivere storie – intese come racconti di pura fantasia – era visto molto male fino al ‘900. Certo, qualcuno ci provava, ma erano in pochi: solo dopo gli anni ’80 dello scorso secolo, e solo per seguire la moda che veniva da oltre oceano, abbiamo iniziato a costruire una nostra tradizione di narrativa. Dei bambini, insomma.

L'ancora aldina
La marca tipografica di Aldo Manuzio, l’ancora aldina, con il suo motto Festina Lente (affrettati con calma).

Chi furono i primi Editor

La figura dell’editor si è sviluppata con la creazione dell’industria editoriale. Nasce in America negli anni ’20 con Maxwell Perkins, e arriva in Italia negli anni ’50 con dei grandi redattori quali Calvino e Vittorini.

Maxwell E. Perkins ha iniziato a lavorare come editor nel 1914, aiutando scrittori come Hemingway, Fitzgerald, Lardner, Callaghan e Wolfe. Il suo rapporto con Thomas Wolfe è descritto magnificamente in Genius. In quel caso lo scrittore era un fiume in piena, e lui lo aiutava a non annegare nei suoi stessi flussi di parole.

Scrivere all'editore nel 900
Un autore del 900 intento a riscrivere il suo romanzo per ogni editore a cui lo volesse proporre.

E cosa ne pensano degli editor gli scrittori di oggi? Beh, Considerate che è proprio Stephen King a dire che “scrivere è umano, editare è divino”, e la sua scrittura di umano ha ben poco.
È impossibile auto editare un proprio testo, per quanto si vada a lungo a caccia di refusi o incongruenze. Per cui un occhio esterno competente non può che far piacere a chiunque.

“L’editor ha sempre ragione […] nessuno scrittore è tenuto ad accettarne per intero i consigli, e chi è senza peccato scagli la prima pietra. In altri termini, scrivere è umano, editare è divino”

Stephen King

Ma cosa può fare un editor

Niente magie. Quelle ancora no. L’editor non è un ghostwriter, non può scrivere un testo che non c’è.
La sua etimologia latina deriva da edere, ovvero “portare fuori”. L’editor quindi è colui che porta fuori le potenzialità che sono già all’interno di un testo.
E a chi le porta? Al lettore.

L’editor è in grado di fare una cosa incredibile: riesce a mettersi nei panni dell’autore, entrando in sintonia con i suoi desideri. Allo stesso tempo, l’editor riesce a leggere un testo come se non ne conoscesse niente: in questo modo capisce cosa pensa un lettore di quel testo, e se quel qualcosa sia in effetti quello che voleva trasmettere l’autore.

Si tratta di un’opera di mediazione possibile solo grazie all’unione di una profonda conoscenza del mercato e di capacità empatiche. Noi alla Dedalo abbiamo diversi professionisti che hanno impiegato anni a studiare il mestiere. Per poter diventare editor serve sì un intuito innato, ma anche tanto studio e parecchia pratica.

“L’editing è un lavoro che richiede una forte dose di masochismo. Bisogna infatti tuffarsi nell’altrui personalità (anche stilistica) abdicando alla propria”

Grazia Cherchi

L’esempio di cosa non dovrebbe fare un editor è stato dato da Gordon Lish nell’editare Raymond Carver. Lish aveva una sua idea di cosa doveva essere il libro di Carver, e lo tagliò fino a renderlo il capostipite del Minimalismo. Peccato che Carver non fosse affatto d’accordo e lo abbia supplicato di non farlo. I racconti sono stati in seguito ripubblicati nella versione integrale dai suoi eredi in “Principianti”.

La magia dell'editor
Il momento in cui un libro mi ha magicamente rivelato tutti i suoi segreti.

L’editor rende i libri tutti uguali

O forse no. Anzi, proprio no.
Una cosa terribilmente falsa è che fare editing voglia dire uniformare tutti i testi verso uno stesso standard e lo stesso stile “canonico”. Un bravo editor è in grado di capire quando qualcosa fuori dagli standard sia una storpiatura dello stile (e quindi qualcosa da correggere), o quando sia la forza dello stile stesso. In quest’ultimo caso il lavoro dell’editor non sarà offuscare tale diversità, ma provare a valorizzarla. Magari l’autore non si rende conto di quale sia il suo punto di forza, ma l’editor sì.

Si pensi alla “Solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano. Il titolo è stato proposto dal suo editor, Franchini, al posto del precedente “Fuori e dentro dall’acqua”. Seppur Paolo Giordano non sentisse inizialmente suo quel titolo, ha poi compreso che Franchini non avesse fatto altro che “tirarlo fuori” dal suo stesso libro. Quel titolo era già all’interno del libro, ma solo un lettore esterno poteva accorgersene.

“Se avete un Mark Twain, non cercate di trasformarlo in uno Shakespeare, o viceversa. Perché alla fine un editor può tirare fuori da un autore solo quello che l’autore ha già in sé”

Max Perkins

Un’altra leggenda metropolitana insinua che l’editor, in quanto spesso lavora per un editore, debba solo mettere in pratica le sue richieste. In realtà l’autore ha bisogno di un editore così come l’editore, per essere tale, ha bisogno di un autore.
Non è mai da sottovalutare l’importanza decisionale dell’autore, che sul testo dovrebbe avere sempre l’ultima parola.
In definitiva, l’editor non è al servizio dell’editore, ma è il collaboratore più fidato dell’autore.

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3 Risposte

  1. Ciao, Giorgia,

    mi chiamo Ippolita. Ho letto con interesse il tuo articolo e apprezzato molto l’accenno ad Aldo Manuzio, oltre che le notizie storiche relative alla figura dell’editor. Temo invece di non aver compreso bene la prima parte del contributo. Tu scrivi:

    “Ciò vuol dire che abbiamo avuto una grande cultura letteraria? Sì e no. Purtroppo, lo scrivere storie – intese come racconti di pura fantasia – era visto molto male fino al ‘900. Certo, qualcuno ci provava, ma erano in pochi: solo dopo gli anni ’80 dello scorso secolo, e solo per seguire la moda che veniva da oltre oceano, abbiamo iniziato a costruire una nostra tradizione di narrativa. Dei bambini, insomma”.

    Da quel poco che so io, i filoni novellistici sono rintracciabili fin dal XIII secolo e, anche se tra Sei e Settecento il racconto è un po’ trascurato in favore del romanzo, nell’Ottocento esplode ovunque. Mi sembra pertanto strano che solo dopo il 1980 abbiamo cominciato “a costruire una nostra tradizione di narrativa”.
    Non escludo, ovviamente, che mi sia sfuggito qualcosa, e che io abbia potuto fraintendere le tue parole: in tal caso, ti prego di scusarmi!

    Grazie per la tua gentile attenzione e un cordiale saluto,

    Ippolita 

    • Ciao, Ippolita!

      Hai fatto più che bene a scrivermi, il tuo intervento mi ha fatto rileggere quel pezzo e non è molto comprensibile.

      Ho voluto dare solo piccoli accenni per incuriosire e lasciare la scelta dell’approfondimento a chi legge. Nella mia accanita “sfoltitura” di righe e parole, è saltato il riferimento all’800. In effetti, leggendo quel periodo sembrerebbe che nessuno abbia scritto nulla di che prima del 1980, il che è assurdo.

      In realtà avrei voluto accennare alla creazione dell’industria editoriale, che avvenne diversi secoli dopo l’apertura delle prime botteghe di stampatori. È nell’800 che si iniziano a vedere le conseguenze della Rivoluzione Industriale anche in editoria, e in particolar modo alla fine dell’800 con la seconda Rivoluzione Industriale e con l’unificazione d’Italia e il diffondersi di un’identità nazionale nell’intera popolazione. Tutti elementi necessari per la creazione anche di una narrativa nazionale.

      Il riferimento al 1980 invece vuole rimarcare che nonostante tutto, la narrativa di pura fantasia ha faticato ad essere accettata come narrativa di spessore, mentre in America c’era da tempo una tradizione di testi di narrativa fantastica “alta”. Calvino ha preso da quella tradizione, ma solo alla fine del 900 si è sdoganata anche da noi. E gli effetti si vedono tutt’oggi, dato che l’Italia pubblica quasi soltanto narrativa contemporanea e di denuncia sociale, mentre gli altri generi vengono considerati inferiori o per bambini.

      Sarebbe interessante approfondire l’argomento con altri articoli. Ti ringrazio per aver segnalato l’incongruenza, anche questo è editing!

      Un caro saluto,
      Giorgia

      • Grazie a te, Giorgia, per la tua risposta e le interessanti delucidazioni! Sì, sarebbe stimolante approfondire l’argomento.
        Un saluto cordiale e grazie ancora,

        Ippolita

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