Cara dedaliana, caro dedaliano… qui è il vostro David, che torna con la rubrica:  

Vite imperfette di grandi scrittori

Vite vissute al limite, sfortuna, problemi con la legge, vizi, depravazioni… nell’immaginario collettivo, quando si parla di artisti, certi eccessi sono appannaggio quasi esclusivo delle rock star. Be’, non è proprio così, e con questa rubrica proverò a dimostrarlo, trascinandovi nel “mondo al limite” di alcune grandi penne, capaci di donare ai propri testi una forza straordinaria anche grazie alla rielaborazione narrativa di ciò che, volenti o nolenti, hanno vissuto in prima persona.

Dalla fredda Russia di Dostoevskij oggi ci spostiamo nell’assolata California di Edward Bunker, che molti cinefili conoscono per aver interpretato Mr. Blue ne Le iene, il film d’esordio di Tarantino. Già, Tarantino… che lo chiamò apposta per fare un cameo, quel cameo: un criminale, un rapinatore.

Edward Bunker ne Le iene
Edward Bunker ne Le iene

Dagli anni Settanta in poi, in effetti, furono in tanti a volere un’apparizione di Bunker nei loro film. E furono in tanti a utilizzarlo come collaboratore, sceneggiatore o consulente (come nel caso di Heat – La sfida, film di Mann del 1985, con De Niro e Al Pacino).  

Ma cosa aveva Bunker di così dannatamente affascinate? Una vita imperfetta… come minimo. Ma cosa aveva fatto, e cosa aveva scritto, per arrivare a Hollywood e al caldo sole della California del sud, partendo da San Quintino e dalle umide celle della California del nord?   

I fought the law and… the law won

In realtà, quello di Bunker a Hollywood è un ritorno, perché è proprio lì che nasce, nel 1933 (morirà nel 2005). Ma non pensare alla Hollywood patinata dei divi del cinema, alle varie Mulholland o Cielo Drive, caro dedaliano. Bunker proviene da una famiglia disagiata, con entrambi i genitori alcolizzati; la sua è una storia di abbandono e solitudine.

Cresce per strada, entrando e uscendo da un’incredibile sfilza di istituti (anche psichiatrici) e riformatori, uno più terrorizzante dell’altro. Ogni volta prova a fuggire, e ogni  volta è ripreso e punito più severamente. L’infanzia e l’adolescenza di Bunker rappresentano la parabola di un fuggiasco in perenne conflitto con il mondo, di una belva braccata che più anela alla libertà, più viene incatenata.
Più combatte contro la legge, più la legge vince… proprio come nella meravigliosa canzone di Sonny Curtis, resa celebre dalla cover dei Clash.
A soli diciassette anni Bunker entra nel terribile carcere di San Quintino con un amaro primato: è il più giovane recluso di tutti i tempi a varcare le soglie di quel penitenziario.

Il mentore di Edward Bunker che morì giustiziato

Caryl Chessman. Questo è un nome importante, per Bunker. Un’altra vita imperfetta, quella di Chessman: è un condannato a morte che si è sempre professato innocente, ed è uno a cui piace scrivere, e parecchio (la sua opera più famosa è Cella 2455 braccio della morte).

Venne giustiziato una mattina di maggio del 1960; proprio in quei minuti, il giudice fu informato che dei giornalisti avevano scoperto nuove prove a sua discolpa. Ma il condannato era già nella camera a gas, e non sarebbe stato possibile aprirla senza recare danno ai presenti.

Quando Bunker entra a san Quintino, si avvicina alla scrittura proprio grazie a Chessman, che occupa la cella accanto alla sua. Il condannato gli fa leggere una rivista con dentro un suo racconto, e Bunker decide: voglio provarci anche io. Ottenuta una macchina da scrivere grazie a Louise Fazenda (moglie di un produttore cinematografico ed ex attrice di muto per cui Bunker aveva lavorato come factotum a quindici anni), inizia a buttare giù le prime pagine di Come una bestia feroce.    

Nei vent’anni successivi Bunker scrive sei romanzi e cinquanta racconti, che nessuno vuole (non demordere mai, dedaliano!); inoltre, entra ed esce di prigione per rapine, truffe, spaccio… (saranno diciotto gli anni di prigionia che totalizzerà tra una condanna e un’altra).   

La svolta

Primi anni Settanta. Bunker è incarcerato per l’ennesima volta. Condannato a cinque anni, rimette mano a Come una bestia feroce, e nel ‘73 riesce a farselo pubblicare (“Il più bel libro mai scritto sul tema della rapina a mano armata”, secondo James Ellroy). Da quel momento, cambia tutto. La sua vita imperfetta diventa, in un certo senso, la sua fortuna.

Bunker vende i diritti cinematografici del romanzo (nel ’78 ne verrà tratto un film con Dustin Hoffmann, Vigilato Speciale), esce per buona condotta nel ’75 e, finalmente, riesce a tenersi lontano dai guai, a pubblicare romanzi e a lavorare come sceneggiatore e consulente per il cinema, oltre che a comparire in tantissimi film.

Animal Factory (1977), Little Boy Blue (1980), Cane mangia cane (1996) sono, come del resto il primo, più che romanzi: sono dei veri e propri pugni allo stomaco. Cazzotti fortissimi che ti stendono, squarci crudi e crudeli sul sistema “di redenzione” americano, dagli istituti e gli ospedali psichiatrici fino ai carceri di massima sicurezza.

Ma è nel 2000 che esce quello che è considerato il capolavoro di Edward Bunker:  Educazione di una canaglia.

Edward Bunker: Educazione di una Canaglia

Edward Bunker e il suo Educazione di una canaglia

In questa autobiografia, ritenuta universalmente un capolavoro letterario del genere, Bunker racconta la sua vita imperfetta e la sua carriera criminale; soprattutto, racconta la sua esperienza in carcere. Nei carceri, anzi, perché Bunker di carceri ne ha visti tanti.

Si è parlato della risposta americana a Salamov, con questi racconti della Kolyma traslati dalla gelida Siberia all’assolata California. Ma Educazione di una canaglia non è solo questo, è anche il racconto di quell’impulso creativo verso la narrativa che può cogliere le persone più inaspettate nei luoghi più inaspettati… come un giovanissimo fuorilegge californiano che, lentamente ma implacabilmente, si mette a scrivere nelle sue celle per diventare un vero autore di narrativa e, rifiuto dopo rifiuto, si fortifica, si forgia, si intestardisce. Fino ad averla vinta, e a trovare un posto tra i grandi.

Quegli stessi grandi che, come lui stesso afferma, lo hanno salvato:

“Io, però, mi sono salvato grazie ai libri. In carcere, fin da giovane, leggevo tutti i libri che potevo trovare nella biblioteca della prigione. Hemingway, Dostoevskij, ma anche qualche scrittore italiano come Moravia e Tomasi di Lampedusa. Poi, un giorno, ho visto un detenuto [Caryl Chessman] che riusciva a pubblicare un romanzo che aveva scritto. E mi sono detto: posso farlo anche io. Allora ho capito che sono nato per raccontare storie. Nulla di inventato, per carità: io non ho fantasia. Scrivo solo quello che ho visto”.

Una parabola di riscatto che piace al pubblico

Bunker, una volta, ha detto che:

“Il pregiudizio, purtroppo, nella società americana è duro a morire. Puoi diventare famoso, puoi essere uno scrittore celebre, ma se sei stato un criminale, in tanti ambienti continueranno a guardarti con paura e sospetto”.

Questo sarà anche vero, da una parte e in certi ambienti, ma è innegabile che Bunker piaccia, e piaccia moltissimo. Non è stata la prima volta, e non sarà di certo l’ultima, che un criminale (o ex criminale) diventa famoso,  un artista più o meno celebrato.

La parabola di Bunker è però interessante per il limpido equilibrio tra male e bene in cui si muove, un equilibrio che sembra fatto apposta per esaltare un percorso di riscatto che assomiglia tanto alla trama di un romanzo, o di un film. Di quelli che piacciono al pubblico, di quelli dove viene facile empatizzare con il protagonista.  

Bunker piace perché la sua vita è stata sì imperfetta, ma la sua è un’imperfezione riscattabile. Falsario, rapinatore, trafficante… tutto ciò che si vuole, ma Edward Bunker non era un assassino.

Il killer Cannibale

Vale la pena ricordare la vicenda (la terribile vicenda) di Issei Sagawa: studente giapponese alla Sorbona di Parigi, dopo aver ucciso e mangiato una sua compagna di studi, grazie a una famiglia assai ricca e potente riuscì a farsi estradare in Giappone. Dopo soli cinque anni dal suo terribile crimine era un uomo libero; il libro in cui narrava ciò che aveva fatto vendette 200.000 copie, fu chiamato a recitare come attore, divenne addirittura un opinionista, con una rubrica fissa su un tabloid e innumerevoli inviti in trasmissioni televisive giapponesi.

Non credo di far torto a nessuno se azzardo l’ipotesi che, negli USA (così come in Europa), un Sagawa non sarebbe mai diventato un personaggio pubblico così famoso e, in un certo senso, celebrato

Sagawa, il killer cannibale

Edward Bunker, invece, è l’esempio perfetto di un riscatto che diviene possibile proprio perché il delitto primitivo ha trovato il suo giusto castigo, per dirla alla Dostoevskij. E dopo il delitto e il castigo, cosa c’è di meglio del riscatto? E per uno scrittore o aspirante tale, caro dedaliano, cosa c’è di meglio di un riscatto che avviene diventando un romanziere?

Perché leggere Edward Bunker, oggi

Perché i suoi romanzi sono grandi romanzi, perché la sua autobiografia è un capolavoro, mi verrebbe da rispondere, di pancia.

Ma c’è di più, oltre a questo: il messaggio di Bunker riguardo a quello che è il sistema carcerario (l’americano, certo… ma sono considerazioni che possono interessare, e molto, anche noi europei) è chiaro, ed è importantissimo perché vissuto sulla sua pelle, in prima persona. Voglio riportarlo senza fronzoli, il succo di questo messaggio, citando direttamente le parole di Edward Bunker.

“La galera non redime. Alimenta crimini e criminali.”

“Fa ridere l’idea che dietro le sbarre i carcerati dovrebbero riabilitarsi. La galera restituisce persone peggiori di quelle che ha rinchiuso. E poi cosa fanno? Riempiono le celle di poveracci che scontano pene per storie di droga da quattro soldi. Li trasformano in pazzi criminali, e poi li rimettono fuori tra la gente normale. È come se allevassero delinquenti in serra.”

Conclusioni

Caro dedaliano, nella speranza di averti incuriosito e – nel caso non lo conoscessi ancora – invogliato a scoprire un autore così particolare, ti do appuntamento alla prossima puntata di questa rubrica, quando esploreremo assieme la vita imperfetta di un altro iconico autore!
Ti aspetto dall’altro capo del filo, dedaliano!     

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