Casa Dostoevskij

Cara dedaliana, caro dedaliano… il vostro David vi augura С Новым годом, ovvero Buon Anno in russo.

È passato meno di un mese da quando ti ho consigliato qualche bel libro da regalare, e ora rieccomi qui, a presentarti una nuova (e spero gradita) rubrica del blog della Dedalo, dedicata alla Ailuromanzia, ovvero a quell’antica arte mantica che consiste nella divinazione del comportamento dei gatti.

No, non è vero… se fossi un esperto in materia, avendo cinque gatti, ora sarei ricco. La rubrica, sorpresa sorpresa, parlerà invece di scrittura e soprattutto di scrittori, di grandi scrittori, e delle loro vite imperfette!

Vite imperfette di grandi scrittori

Come suggerisce il titolo, ti parlerò di grandi autori letterari la cui vita, per un motivo o per un altro, non è stata esattamente “rose e fiori”.

Vite vissute al limite, sfortuna, problemi con la legge, vizi, depravazioni… nell’immaginario collettivo, quando si parla di artisti, certi eccessi sono appannaggio quasi esclusivo delle rock star. Be’, non è proprio così, e con questa rubrica proverò a dimostrarlo, trascinandovi nel “mondo al limite” di alcune grandi penne, capaci di donare ai propri testi una forza straordinaria anche grazie alla rielaborazione narrativa di ciò che, volenti o nolenti, hanno vissuto in prima persona.

La lingua che ho scelto per salutare i lettori del blog e il nuovo anno non è casuale: inizierò con uno scrittore russo; un grande scrittore… uno dei più grandi di tutti i tempi: Fedor Dostoevskij.

Fedor Dostoevskij

Non starò a dilungarmi sui capolavori e sulla poetica di Fedor Dostoevskij, preferisco semmai sintetizzare ciò che questo immenso autore ha rappresentato per la narrativa con una citazione di un critico letterario abbastanza sui generis, Albert Einstein: “Dostoevskij a me ha dato più di qualunque scienziato”.

Una gioventù dissoluta

Fedor Dostoevskij fu un giovane complessato e infelice, a tratti anche bullizzato dai suo colleghi scrittori: veniva considerato sostanzialmente come quello “brutto e antipatico”.

Ragazzo magro e basso, dal colorito pallido e malaticcio, le ragazze lo evitavano, e come spesso capita ai giovani bruttini e timidi (si definiva Quasimodo da solo), finì per diventare un assiduo frequentatore di bordelli.

“Sono così dissoluto, che ormai non posso vivere normalmente. Ho paura del tifo e della febbre, e i miei nervi sono malati. Le Minucce, le Clarette, le Marianne eccetera, sono sempre più belle, ma costano un sacco di soldi”, scriveva Dostoevskij al fratello, a ventiquattro anni, nel 1845.

Intanto, i colleghi scrittori lo disprezzavano per la sua superbia: Fedor, infatti, riteneva di essere superiore agli altri. Il giovane Dostoevskij scriveva all’epoca quella che oggi definiremmo “prosa commerciale di genere”, ma si riteneva già allora (e a buona ragione), un genio.

Lo caratterizzava, insomma, un mix micidiale di insicurezza e suscettibilità, di timidezza e di stizzosità; spesso e volentieri veniva considerato pazzo, soprattutto da scrittori come Turgenev (quello del manifesto del nichilismo, Padri e figli, famoso per la sua pavidità e per le sue repentine fughe a Baden Baden, quando si metteva paura di Dostoevskij o di Puskin).

Dostoevskij viveva inoltre in uno stato perenne di semi povertà, e soffriva di attacchi epilettici. Insomma, i primi ventotto anni di vita dello scrittore non furono certo il massimo… ma le cose sarebbero presto peggiorate. E sarebbero peggiorate in modo drammatico.

La condanna a morte e la prigionia di Fedor Dostoevskij

Dal 1848 Dostoevskij iniziò a prendere parte (più per curiosità che per autentico spirito rivoluzionario) a certe riunioni dal sapore carbonaro che si tenevano il venerdì sera a casa di un giovane liberale e socialista suo coetaneo, Petraševskij.

Nell’aprile del 1849, la polizia russa fece irruzione nella tana dei sovversivi e li arrestò. Fedor Dostoevskij e altri diciannove membri del circolo vennero condannati a morte. Il 22 dicembre i condannati furono portati in piazza, di fronte al plotone d’esecuzione; furono legati ai pali e incappucciati. Quando i fucili erano già spianati, però, ai condannati fu detto che la condanna a morte era stata commutata dallo zar in una pena detentiva ai lavori forzati, nella fortezza di Omsk, in Siberia.

La grazia era arrivata giorni prima, ma la sceneggiata dell’esecuzione era stata fatta lo stesso al solo scopo di farli morire di paura. Tutta la faccenda dell’esecuzione fu insomma uno spettacolo teatrale, una sadica tortura messa in atto per piegare la volontà di quegli uomini… e pare che funzionò bene: ci fu chi perse il senno.

Anche Dostoevskij ne uscì profondamente segnato, e non mancheranno, negli scritti successivi dell’autore, le riflessioni sulla pena di morte.

Deportato in Siberia, iniziarono per Dostoevskij anni terribili, nei quali le sue condizioni di salute si aggravarono ulteriormente. Quattro anni di prigionia nella fortezza siberiana e quattro anni di leva forzata in un battaglione in stanza al confine con la Cina, con l’interdizione di poter scrivere alcunché. Nel mezzo, nel ’57, il suo primo matrimonio.

Fedor Dostoevskij durante la sua prigionia
Fedor Dostoevskij durante la sua prigionia

La malattia di Fedor Dostoevskij

Per aumentare l’aurea “leopardiana” di Fedor Dostoevskij, c’è da dire che la sua vita è sempre stata segnata da uno stato di salute cagionevole.

Si parla di attacchi epilettici che iniziarono in gioventù e che peggiorarono durante la prigionia in Siberia, fino ad esplodere con una sempre maggior persistenza. A onor del vero c’è a tutt’oggi una sorta di dibattito in corso, riguardo a quale fosse davvero la natura del male dello scrittore moscovita, e sono in molti a ritenere che non fosse epilettico.

Quale che fossa la natura del suo male, tra pseudo attacchi epilettici, tubercolosi ed enfisema polmonare, Dostoevskij fu accompagnato per tutta la vita da problemi di salute assai seri, fino a quando, nel 1881, morì all’improvviso per l’aggravarsi dell’enfisema.

Il ritorno nell’area di San Pietroburgo segnò il decennio nel quale Dostoevskij riprese a scrivere e sfornò i suoi capolavori. Un periodo felice, dunque? Tutt’altro.

Sono questi i dieci anni in cui il “Demone del Giocatore” (per unire i titoli di due suoi capolavori narrativi) gli si aggrappò all’anima in modo più feroce e tenace.

Non che prima della prigionia giocare non gli piacesse… si narra che già in gioventù avesse accumulato enormi debiti perdendo a biliardo. Ma in quegli anni i demoni del gioco presero una forma diversa, e a quelle palle rotonde che scivolavano sul panno verde si sostituì una pallina più piccola, che vorticava e vorticava nel cilindro della roulette, mentre il panno verde era quello sui cui numeri Fedor Dostoevskij puntava tutto ciò che aveva, e spesso anche ciò che non aveva.

Il demone del gioco

Lasciata la prima moglie, Maria, a morire di tisi, lo scrittore girò con l’amante Apollinarija per l’Europa, dove conobbe la roulette e la città termale di Baden Baden; si trattava di una sorta di Las Vegas decadente: rifugio dell’aristocrazia e dell’intellighenzia europea e molto amata dai russi, vantava un casinò raffinato che faceva tanto belle époque (“Il più bel casinò del mondo”, dirà Marlene Dietrich).

Per giocare e viaggiare per l’Europa, Fedor impegnò orologi e collane, sue e della sua amante. Nel 1864, oltre a Maria, morì anche suo fratello, lasciandogli in eredità un sacco di debiti. E Dostoevskij che fece? Giocò ancora più forte, per rifarsi. E invece perse ancora, perse sempre di più, perse tutto, nonostante i successi letterari iniziassero a fargli guadagnare qualcosa.

Nel 1867 si sposò in seconde nozze con Anna, stenografa di venticinque anni più giovane di lui, conosciuta quando, per pagare dei debiti, allo scrittore serviva in fretta e furia qualcuno a cui dettare velocemente proprio Il Giocatore

Copertina de "Il Giocatore" di Fedor Dostoevskij

Ah, i casi della vita, come sono beffardi e al limite del grottesco, a volte: per pagare i debiti di gioco, lo scrittore arrivò a vendere perfino il vestito da sposa di Anna, e a impegnare ben otto volte le loro fedi nuziali!

Ecco cosa scriveva alla moglie, in quel periodo: “Anja cara, amica mia, moglie mia, perdonami, non chiamarmi mascalzone! Ho compiuto un misfatto, ho perso tutto, tutto fino all’ultimo kreuzer, ieri ho ricevuto il denaro e ieri l’ho perso”.

Ed ecco come lo descriveva lei: “Rientrava a casa pallido ed esausto, chiedendo soldi, tornava al casinò… e così via, finché non ha perso tutto quello che avevamo. Era solito piangere, inginocchiato davanti a me e chiedere perdono…”.

Conclusioni

Per fortuna, lo scrittore smise di giocare alla roulette nel 1871, quando nacque il suo terzo figlio (il primo maschio). Grazie agli introiti de I demoni, riuscì a tornare a San Pietroburgo e a pagare i suoi debiti, riuscendo a vivere l’ultima decade della sua vita in modo senz’altro più sereno.
Caro dedaliano, siamo giunti alla fine di questo articolo. Nella vita di Fedor Dostoevskij, come hai visto, dolore e drammaticità sono sempre stati elementi concreti, tangibili.
La grandezza di questo autore è stata anche quella di averli fatti propri e di averli rielaborati nei suoi capolavori, facendo sua quella massima che recita: “scrivi di ciò che conosci bene”.

Ti do appuntamento alla prossima puntata di questa rubrica, quando esploreremo assieme la Vita Imperfetta di un altro iconico autore, un americano!
Ti aspetto dall’altro capo del filo, dedaliano!     

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